lunedì 20 marzo 2017

L'APPIA INVISIBILE:
QUATTRO PASSI LUNGO IL PRIMO MIGLIO DELLA REGINA VIARUM

Il mese scorso vi ho accompagnato alla scoperta di uno dei tratti più conosciuti e ricchi di evidenze archeologiche di tutta l'Appia Antica, quello situato cioè al di fuori delle imponenti Mura Aureliane e compreso grosso modo tra il II ed il IV miglio.
Oggi voglio invece consigliarvi un altro itinerario, un po' più breve ma non per questo meno interessante, coincidente con quello che in antichità (o almeno fino alla decisione di Aureliano di innalzare una nuova cinta muraria a difesa della città) costituiva il tratto iniziale della nostra regina viarum: un'area racchiusa tra i colli Palatino, Aventino e Celio, che ha visto susseguirsi intricate vicende politiche e militari, assistendo al passaggio di imperatori, poeti, mercanti e papi e restituendo, insieme alla vicina via di porta Latina, testimonianze architettoniche risalenti a tantissime epoche diverse, gran parte delle quali sconosciute o ignorate persino dagli stessi romani. Impazienti di scoprirle? Allora via, cominciamo! 😁

Una delle tappe della nostra passeggiata, ovvero la bellissima Porta Latina

post a cura di Francesco De Gasperis

Il tratto dell'Appia Antica compreso tra la moderna piazza di Porta Capena ed il vicino piazzale Numa Pompilio si presentava, al tempo dei Romani, in maniera molto diversa da come lo vediamo noi oggi: al posto delle attuali costruzioni sorgevano infatti, immersi nel cuore di una verde vallata ricca di boschi ed acque sorgive, non soltanto diversi edifici pubblici, ma pure un gran numero di santuari, bagni privati, eleganti ninfei e piccole attività commerciali di cui purtroppo non ci è rimasto nulla se non qualche richiamo nella toponomastica viaria della zona.
L'unico complesso monumentale ad aver superato praticamente indenne lo scorrere del tempo, resistendo a continue trasformazioni urbanistiche finalizzate da un lato alla salvaguardia di alcuni dei luoghi simbolo della Roma repubblicana ed imperiale e dall'altro al potenziamento della viabilità di un'area della città molto trafficata, è quello delle Terme di Caracalla, ed è proprio dagli antichi ruderi di questo maestoso impianto termale che, per comodità, avrà inizio la nostra passeggiata alla scoperta dei siti archeologici e degli edifici ecclesiastici più affascinanti situati tra il I miglio dell'Appia Antica e l'adiacente seppur più breve via di Porta Latina.

Il bivio tra via di Porta Latina e via di Porta San Sebastiano

Costruite tra il 212 ed il 217 d.C. per volontà dell'imperatore Lucio Settimio Bassiano, meglio noto col soprannome di Caracalla, le terme situate alle pendici dell'Aventino rappresentano, dopo quelle dedicate all’imperatore Diocleziano, uno dei più grandiosi esempi di impianto termale mai costruiti a Roma, capace ancora oggi di dar lustro al suo committente a  più di 1800 anni di distanza.
Caratterizzato da una pianta quadrangolare movimentata su due lati da altrettante esedre semicircolari, contenenti ciascuna un'ampia aula absidata introdotta da un colonnato e fiancheggiata da due vani minori, il complesso si estendeva infatti su una superficie di oltre 110 mila m² e si affacciava con i suoi monumentali portici sulla cosiddetta via Nova, asse viario parallelo all'Appia Antica appositamente ideato per non intasarne il traffico ed oggi ricalcato dal viale delle Terme di Caracalla.

Resti degli ambienti posti all'interno di una delle due grandi esedre semicircolari

Il corpo centrale della struttura, circondato da una vasta area giardinata sulla quale si affacciavano un'esedra rettangolare munita di gradinate (forse utilizzata per lo svolgimento di gare atletiche o rappresentazioni teatrali), due biblioteche (una greca e una latina) e ben quattro sale per conferenze, proponeva in linea di massima l’organizzazione tipica degli impianti termali romani.
L’ingresso avveniva tramite due vestiboli rettangolari, posti simmetricamente ai due estremi del lato nord-est del complesso; da qui si passava prima agli apodyteria, ovvero degli spogliatoi forniti di copertura a botte e collegati ciascuno con quattro piccole stanze, e poi direttamente alle palestre, caratterizzate da un ampio cortile porticato su tre lati e sul quarto cinque ambienti coperti (proprio da uno di questi vani, molto probabilmente utilizzati come scuole per ginnasti, proviene il magnifico mosaico con rappresentazione di atleti conservato ai Musei Vaticani).

Planimetria delle terme di Caracalla

Allo svolgimento di esercizi ginnici di vario genere (quelli più in voga erano la lotta, la corsa ed i giochi con la palla), seguivano di solito le varie fasi del bagno, precedute da una sosta nel laconicun, sorta di sala adibita alla sauna.
Sul lato opposto a quello di accesso era invece ricavato il calidarium, ambiente finestrato di forma circolare con copertura a cupola contenente diverse piscine di acqua calda, attraversato il quale si accedeva dapprima al tepidarium, provvisto di vasche di acqua tiepida, e poi al frigidarium, ampio spazio coperto da tre volte a crociera occupato da piscine d’acqua fredda. Il percorso termale si concludeva quindi nella natatio, aula caratterizzata da un grande vascone centrale decorata su un lato da nicchie a due piani contenenti alcune statue monumentali, da cui era possibile raggiungere sia gli spogliatoi che le vie d’uscita.
Il funzionamento di un impianto così grande ed articolato, ovviamente, non poteva che essere assicurato da un altrettanto intricato sistema di ambienti di servizio sotterranei, utilizzati sia per il deposito del legname che per l'alloggiamento delle caldaie, mentre la fornitura idrica era garantita da una diramazione dell’acquedotto dell'Acqua Marcia progettata contestualmente alle terme ed in grado di alimentare cisterne dalla capienza complessiva di oltre 80.000 litri.

Ciò che resta del calidarium

Se gran parte di questi ambienti termali è giunto fino a noi in buono stato di conservazione, lo stesso non si può dire dell'originario impianto decorativo, costituito da minuziosi mosaici pavimentali, eleganti stucchi dipinti, raffinati intarsi marmorei e splendidi gruppi scultorei, di cui abbiamo notizia per lo più dalle fonti scritte ma che in realtà sono andati quasi del tutto perduti.
Progressivamente abbandonate a partire dal VI secolo, le terme di Caracalla furono infatti sfruttate nei decenni a seguire prima come area sepolcrale cristiana, poi come terreno agricolo ed infine, soprattutto in età medievale e rinascimentale, come cava a cielo aperto dalla quale trafugare indisturbati sia pregiate opere d'arte, sia elementi architettonici ed altri materiali edilizi da reimpiegare nella costruzione di edifici più moderni. Ecco spiegato ad esempio perché una delle quattro colonne di granito che decoravano la natatio si trova oggi in piazza della SS. Trinità a Firenze (ove fu collocata nel 1563), mentre sculture magnifiche come il celebre Ercole, rinvenuto nel Cinquecento all'interno del tepidarium, o l'incredibile Toro Farnese sono invece custodite presso il museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Mosaici rinvenuti all'interno degli ambienti termali

Visitate le terme, una breve passeggiata ci conduce sino ad uno dei complessi ecclesiastici più antichi di Roma, mimetizzato tra una folta vegetazione di abeti e circondato da un bel prato con panchine: la chiesa dei Santi Nereo ed Achilleo.
Documentato già nel IV secolo d.C., prima di essere intitolato ai due martiri venerati nelle vicine Catacombe di Domitilla, l'edificio era conosciuto col curioso nomignolo di "titulus Fasciolae", per il fatto di sorgere nel luogo in cui, secondo la tradizione, l’apostolo Pietro in fuga dal carcere Mamertino perse una delle bende (in latino "fasciola") che avvolgevano i suoi piedi feriti dalle catene. A ritrovare la preziosa reliquia sarebbe poi stata una donna, che la conservò per diverso tempo nella sua casa, trasformatasi negli anni in sede della chiesa.

Il portale della chiesa dedicata ai SS. Nereo e Achilleo

Rasa al suolo e ricostruita da Papa Leone III intorno agli inizi del IX secolo, per poi essere consistentemente ristrutturata sotto il pontificato di Sisto IV (al quale si deve l’attuale planimetria), la chiesa si presenta oggi a tre navate divise da eleganti colonne ottagonali in laterizio, ed ospita al suo interno tantissimi capolavori d'arte, tra cui spiccano il brillante mosaico di età carolingia posizionato sull'arco absidale, la seicentesca immagine di Gregorio Magno recitante la sua XXVIII omelia dinnanzi alle reliquie dei martiri Nereo ed Achilleo (attribuita a Girolamo Massei, autore anche delle pitture geometriche, oggi sbiadite, che decoravano la facciata dell'edificio), ma soprattutto l'impressionante ciclo di affreschi raffigurante alcune scene ispirate al Martirologio Romano, realizzato sul finire del Cinquecento da Niccolò Circignani detto "il Pomarancio" ed ammirabile lungo le navate laterali.

Martirio di San Giacomo Minore (© Flickr)

Attraversato il piazzale Numa Pompilio, raggiungiamo pertanto il bivio tra via di Porta Latina via di Porta San Sebastiano, al centro del quale si staglia un'antica colonna, per ritrovarci dopo pochi metri al cospetto di un'altra bella chiesa, intitolata a San Cesareo, patrono di Terracina, e databile all'VIII secolo.
Costruita su preesistenti fondazioni abitative di età romana, periodo a cui risalgono i magnifici mosaici con tessere bianco-nere raffiguranti ninfe, tritoni e mostri marini venuti alla luce durante scavi effettuati nella prima metà del Novecento e con ogni probabilità facenti parte della pavimentazione di un impianto termale privato, la chiesa fu ampliata in maniera consistente nel corso del XII secolo, per poi essere definitivamente risistemata nel Seicento sotto il pontificato di Clemente VIII, che affidò la supervisione dei lavori all'esperto Cardinal Baronio, già coordinatore di alcuni interventi presso la vicina parrocchia dei Santi Nereo e Achilleo.
Ultimato il restauro, l'edificio fu quindi donato ai padri di Somasca, ordine religioso fondato da San Girolamo Emiliani intorno alla metà del Cinquecento, cui venne più avanti affidato anche il famoso Collegio Clementino, oggi di proprietà dello stato.

La facciata della chiesa di San Cesareo

Pur presentando una facciata molto sobria, anche la chiesa di San Cesareo, come quella dedicata ai Santi Nereo e Achilleo, è arricchita al suo interno da opere d'arte dal valore inestimabile, capaci di lasciare a bocca aperta chiunque si accinga a varcarne il portone d'ingresso. Emblematico a tal proposito è il prezioso ciclo di affreschi situato sulle pareti laterali della navata e raffigurante alcune scene della vita di San Cesareo, opera del cosiddetto Cavalier d’Arpino, esponente tra i più originali dell'intero panorama tardo-manierista romano, ma altrettanto scenografici sono pure l'altare, il ciborio, la cattedra episcopale e le due transenne del presbiterio, realizzati in stile cosmatesco, ovvero utilizzando tarsie marmoree di varie forme e colori, e provenienti dalla basilica di San Giovanni in Laterano, dalla quale furono traslati nel XVI secolo.

Interni della chiesa di San Cesareo; al di sotto dell'altare si intravede la cripta all'interno della
quale sono conservate le reliquie del santo dedicatario

Usciti dalla chiesa e costeggiato per qualche metro il muro ad essa adiacente, a fare capolino al di là di un piccolo cancello (chiuso) è la cosiddetta casina del Cardinal Bessarione, monaco quattrocentesco nominato cardinale da papa Eugenio IV, che proprio qui pare amasse dimorare durante i suoi soggiorni romani.
Successivamente abitato da un altro cardinale (tale Battista Zeno), cui si devono i lavori di ampliamento dell’edificio che comportarono, in particolare, l’aggiunta del salone e della caratteristica loggia a quattro archi sostenuta da colonnine, l'edificio si compone in tutto di due piani: uno inferiore, destinato agli ambienti di servizio ed uno superiore, riservato invece alle camere da letto e ai locali di rappresentanza.
Espropriata dal comune nel 1926 e ristrutturata a partire dal 1934, la casina del Cardinal Bessarione è oggi utilizzata come sede di convegni ed altre riunioni ufficiali, motivo per il quale è visitabile solo nel fine settimana e solo in compagnia di una guida autorizzata (prenotazioni allo 06/0608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00).
Chi volesse farsi un'idea dell'atmosfera di pace che doveva regnare all'interno di questa deliziosa villetta affacciata sull'Appia, però, può tornare indietro fino al civico 2 ed accedere al parchetto di San Sebastiano, dal quale è possibile godere di una vista più ampia sia sul retro della struttura che sul bel giardino circostante.

La casina del Cardinal Bessarione vista dal parchetto di San Sebastiano

Proseguendo la nostra passeggiata lungo via di Porta San Sebastiano, giungiamo quindi in prossimità di quello che è considerato il più antico monumento funerario a carattere familiare mai scoperto sull'Appia, vale a dire il sepolcro degli Scipioni.
Individuato per la prima volta nel 1614, il sito fu indagato accuratamente soltanto a partire dal 1780, quando i due fratelli proprietari del terreno su cui sorgeva ne scoprirono per caso uno degli accessi; a riportarlo ai vecchi fasti furono tuttavia alcuni importanti interventi di restauro operati ad inizio Novecento, periodo a cui risale tra l'altro anche la realizzazione del vicino parco degli Scipioni.
Ma come appariva, al tempo del suo committente, questo bellissimo sepolcro?
Costruito agli inizi del III secolo a.C. per volontà di Lucio Cornelio Scipione Barbato, capostipite di una delle più potenti e prestigiose famiglie della Roma repubblicana, l'edificio si presentava come un ampio vano di forma quadrata, articolato al suo interno in quattro gallerie parallele (nelle cui pareti si aprivano le nicchie destinate ad accogliere i sarcofagi) collegate tra loro da due corridoi trasversali; ad impreziosire l'esterno era invece un'enorme facciata monumentale, scandita da eleganti semicolonne ed intervallata dalle tre statue in marmo, mai ritrovate, di Scipione l’Africano, Scipione l’Asiatico e del poeta Ennio, fidato amico di famiglia.

Il sepolcro degli Scipioni

Come testimoniato dalla gran quantità di iscrizioni ed altri manufatti rinvenuti in loco, dal momento della sua costruzione sino alla prima età imperiale, il sepolcro ospitò le spoglie di almeno 30 componenti della famiglia degli Scipioni, esclusi però due dei suoi rappresentanti più noti, ovvero l'Africano e l'Asiatico, entrambi sepolti nella loro villa di Liternum in Campania.
Tra i pezzi scultorei più preziosi riemersi durante gli scavi ed oggi ammirabili visitando questo splendido sito, riaperto al pubblico soltanto nel 2011, bellissimo soprattutto il sarcofago appartenente a Lucio Cornelio Scipione Barbato (l'originale è custodito presso i Musei Vaticani), situato in posizione frontale rispetto all'ingresso della tomba e riconoscibile dall'incisione, posta sulla cassa, riportante in un latino arcaico e versificato sia la progressione delle cariche politiche ricoperte (il cosiddetto cursus honorum), sia le vittorie ottenute dal defunto nella terza guerra sannitica (298-290 a.C.).

Interni del sepolcro degli Scipioni (© www.romarte.eu)

Rimanendo sul lato sinistro della strada, qualche metro più avanti rispetto al monumentale sepolcro degli Scipioni, una porticina sormontata dalla scritta latina "HORTI SCIPIONVM" ci introduce ad un bel parchetto ombreggiato, progettato nel 1930 dall'architetto abruzzese Raffaele de Vico e perfetto per trascorrere un po' di tempo all'insegna della tranquillità e del silenzio.

L'ingresso al parco degli Scipioni

Esteso su una superficie pari a circa 16 km², il parco degli Scipioni sorge su un'area anticamente occupata da orti e vigneti privati, al di sotto della quale recenti indagini archeologiche hanno rivelato la presenza di diversi sepolcri e colombari di epoca romana. Tra questi, uno dei pochi a poter essere oggi visitato, seppur solo su prenotazione ed in compagnia di una guida autorizzata, è il cosiddetto colombario di Pomponio Hylas, scoperto nel 1831 dal collezionista di antichità classiche Pietro Campana e risalente alla prima metà del I secolo d.C.; accessibile tramite una ripida scaletta, la tomba apparteneva al liberto Pomponio Hylas e a sua moglie Pomponia, ed era riccamente decorata con figure di uccelli, amorini ed altre immagini simboliche giunte fino ai giorni nostri in ottimo stato di conservazione.

Passeggiando all'interno del parco degli Scipioni

Poco prima di giungere a Porta San Sebastiano, quasi che ne fosse una sorta di preambolo, a stagliarsi nel mezzo della via è un altro magnifica testimonianza architettonica di epoca romana, impropriamente denominata, per via della sua struttura e della sua posizione, Arco di Druso.
Identificato per diversi secoli con l’arco onorifico dedicato dal senato a Druso, padre dell’imperatore Claudio, nell’anno della sua morte (il 9 a.C.), collocato secondo lo storico Svetonio in un punto imprecisato della via Appia, questo curioso monumento costituisce in realtà una delle arcate dell’acquedotto fatto realizzare da Caracalla per il rifornimento idrico del suo nuovo impianto termale, architettonicamente valorizzata, con due eleganti colonne in travertino, proprio in quanto intersecante una delle strade più importanti e trafficate dell'impero.

Il cosiddetto Arco di Druso visto da Porta San Sebastiano

Oltrepassata Porta San Sebastiano, abbiamo a questo punto tre possibilità:
- superare l'incrocio con il viale delle Mura Latine ed avviarci lungo l'Appia Antica, ricalcandone il suggestivo tratto che va dal II al IV miglio;
- percorrere a ritroso via di Porta San Sebastiano fino a raggiungere nuovamente le Terme di Caracalla, punto di partenza della nostra passeggiata (facendo così, avremo percorso a fine giornata circa 3 km, inclusa la visita al sito);
- svoltare a sinistra e, dopo aver costeggiato per circa 500 metri le imponenti Mura Aureliane, attraversare l’antica Porta Latina ed incamminarci lungo l'omonima via, percorsa la quale ci ricongiungeremo con via di Porta San Sebastiano all'altezza della chiesa di San Cesareo (anche in questo caso, sommando le distanze fra i vari siti, otterremo una percorrenza totale pari a circa 3/3,5 km).

Il tratto delle Mura Aureliane osservabile lungo il viale delle Mura latine

Eretta a cavallo dell'omonima strada consolare che collegava Roma alla città di Capua, Porta Latina rappresenta, assieme alla vicina Porta San Sebastiano, uno dei portali meglio conservati di tutte le Mura Aureliane.
Affiancata da due massicce torri semicircolari, questa elegante porta ad un fornice fu sottoposta, soprattutto sotto l’imperatore Onorio (siamo agli inizi del V secolo d.C.), a diversi interventi di restauro, che determinarono da un lato una riduzione in larghezza ed altezza dell'arcata (forse legata a motivi difensivi), e dall'altro l'aggiunta di cinque finestrelle in corrispondenza della camera di manovra (cui si accedeva tramite un piccolo ingresso posto nel lato interno della torre di destra).
Nonostante tali migliorie, il prestigio della Porta Latina fu comunque sempre oscurato da quello della più monumentale e strategica Porta Appia (oggi Porta San Sebastiano), tant'è che sia in età rinascimentale che durante i secoli successivi rimase chiusa per lunghi periodi, fino alla sua riapertura definitiva nel 1911.

L'elegante Porta Latina

Attraversata Porta Latina, ci imbattiamo subito in una singolare tempietto, collocato sul lato sinistro della carreggiata e conosciuto col nome di San Giovanni in Oleo.
Costruito intorno al V secolo, l'edificio sorge nel luogo in cui, secondo la tradizione agiografica, l’apostolo evangelista fu immerso in un calderone di olio bollente (da cui il toponimo "in oleo") per ordine dell’imperatore Domiziano, resistendo tuttavia così a lungo a questa atroce tortura da essere scambiato dalla folla per un potente mago.
Di forma ottagonale con copertura circolare, la struttura fu ricostruita ex novo agli inizi del Cinquecento, forse su progetto di Donato Bramante o Antonio da Sangallo il Giovane, per essere poi ristrutturata, intorno al 1657, da Francesco Borromini, autore del magnifico fregio in stucco rosso con fiori di rosa alternati a foglie di palma che ne decora il tamburo.

Il tempietto di San Giovanni in oleo

Superato uno dei due ingressi al parco degli Scipioni (ricordate? L'altro si trovava lungo via di Porta San Sebastiano) e imboccata una breve stradina in salita posta sulla destra di via di Porta Latina, raggiungiamo finalmente l'ultima tappa del nostro percorso, ovvero la pluricentenaria Basilica di San Giovanni a Porta Latina.
Edificato ai tempi di papa Gelasio I, intorno cioè alla fine del IV secolo a.C., l'edificio subì nei decenni a seguire diversi restauri, all'ultimo dei quali, risalente al 1190, sono riconducibili sia l’erezione del magnifico campanile a cinque ripiani, sia la realizzazione del ciclo di affreschi posti sui muri portanti della navata centrale, recentemente riportati agli antichi splendori e raffiguranti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Oltre all'antico pozzo posizionato nel mezzo del cortile e alle iscrizioni murate in una delle pareti del portico, un dettaglio interessante che certamente non sfuggirà agli appassionati di architettura, è l’utilizzo, all’interno e all’esterno della chiesa, di colonne portanti di fattura e pietra differenti, indizio di come queste fossero state asportate da edifici di età romana già preesistenti.

L'antichissima basilica di San Giovanni a Porta Latina

Costeggiate l'ambasciata di Norvegia e quella del Canada, non ci resta quindi che proseguire fino al bivio tra via di Porta Latina via di Porta San Sebastiano, e dopo aver attraversato nuovamente il piazzale Numa Pompilio, dirigerci verso il punto di partenza della nostra passeggiata. Per chi volesse avere informazioni più precise riguardo lunghezza e tempi di percorrenza, ecco un veloce riepilogo delle distanze tra i principali luoghi d'attrazione incontrati lungo il cammino, corredato anche stavolta da una cartina (tratta da Google Maps) che spero possa aiutarvi ad orientarvi meglio nel traffico romano. Buona esplorazione e al prossimo trekking! 😊

INFORMAZIONI PRATICHE:

 Dalle Terme di Caracalla a Porta San Sebastiano1,3 km
 Da Porta San Sebastiano a Porta Latina550 metri
→ DPorta Latina alle Terme di Caracalla700 metri
 Lunghezza totale del percorso: circa 3/3,5 km
 Tempi di percorrenza: circa 3 ore (incluse le visite alle Terme di Caracalla e alle chiese di SS. Nereo e AchilleoSan Cesareo e San Giovanni a Porta Latina, ed escluse invece quelle al Sepolcro degli Scipioni e al colombario di Pomponio Hylas, che vi consiglio di prenotare in anticipo).
→ Come raggiungere le Terme di CaracallaMetro B fino alla fermata Circo Massimo e poi a piedi per circa 600 metri.

Mappa del primo miglio dell'Appia Antica (partendo dalle Terme di Caracalla)

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