mercoledì 1 febbraio 2017

PASSEGGIANDO SULL'APPIA ANTICA: DA PORTA SAN SEBASTIANO AL SEPOLCRO DEL FRONTESPIZIO

Oggi voglio portarvi alla scoperta di uno dei parchi archeologici più incredibili di tutto il Lazio, un luogo molto amato dai romani ma inspiegabilmente poco frequentato dai turisti, perfetto per trascorrere una giornata all'aria aperta e, al tempo stesso, riempirsi gli occhi con paesaggi e monumenti dal fascino senza tempo: il Parco Regionale dell'Appia Antica.
Stavolta però, a raccontarvi curiosità, chicche storiche e piccoli segreti su questo autentico museo a cielo aperto a due passi dal cuore di Roma non sarò io, bensì una guida d'eccezione, un giovane archeologo specializzato in storia romana che da questo mese in poi (com'è che si dice? Anno nuovo, collaborazioni nuove!) curerà qui sul blog una rubrica dedicata ai più bei percorsi di trekking in città.
Curiosi di conoscerlo? Lascio subito la parola a lui! 😏

Benvenuti sull'Appia Antica!

post a cura di Francesco De Gasperis

Tra i tanti itinerari storico-artistici offerti dalla capitale, uno dei più indicati per riscoprire ed immergersi in un universo scomparso da secoli ma in realtà sempre vivo e pulsante nelle maglie della Roma moderna è sicuramente quello che si snoda lungo l'Appia Antica, una tra le strade consolari più trafficate dell'Impero Romano.
Già nell'atto della sua costruzione, voluta ed iniziata dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 a.C., l'Appia si configurò non come una semplice arteria stradale bensì come un simbolo del potere repubblicano, capace di assoggettare e collegare, da lì a quarant'anni, tutta l'area peninsulare della Magna Grecia.
L'ambizione del progetto è d'altra parte testimoniato sia dagli elevatissimi costi di realizzazione, che secondo lo storico greco Diodoro Siculo prosciugarono le casse statali, sia dall'originaria ampiezza della carreggiata di percorrenza, superiore ai 4 metri (in modo tale da consentire il transito dei carri in entrambi i sensi di marcia) ed affiancata da marciapiedi larghi a loro volta 3... un vero lusso per l'epoca! 

Come doveva apparire l'Appia in uno dei suoi momenti di massimo splendore
(ricostruzione tratta dalla Pierers Universal-Lexikon, 1891)

Ma dove iniziava l'Appia Antica, quanto era lunga e dove arrivava?

La via nasceva come un agile rettilineo che, partendo dall'antica Porta Capena, collegasse l'Urbe alla potente città etrusca di Capua, snodo fondamentale per la presenza commerciale e militare romana nella ricca Campania.
Prolungata fino a Taranto nella seconda metà del III secolo a.C. per raggiungere il porto di Brindisi intorno al 190 a.C., la strada incrociava lungo il suo percorso diversi luoghi sacri, come il tempio di Marte sul primo miglio, quello di Giove sul monte Cavo e quello di Diana ad Ariccia, ed era pavimentata con le tipiche pietre basaltiche di grandi dimensioni (i cosiddetti "basoli") comunemente utilizzate su tutte le vie consolari romane ed ancora oggi ammirabili almeno fino all'XI miglio.

In alcuni tratti dell'Appia, ancora oggi è possibile riconoscere sull'originale lastricatura a basoli
il segno lasciato dal passaggio delle ruote dei carri

Per tutte queste ragioni, già presso gli antichi, l'Appia non fu mai considerata solo una semplice "strada", bensì, come la definì Stazio, una "regina viarum" alla quale dedicare continue e costanti opere di manutenzione, tant'è che ancora nel VI secolo d.C., nel pieno della lunga e durissima guerra Greco-Gotica che compromise pesantemente il tessuto urbano di Roma, lo storico Procopio di Cesarea poté testimoniarne la piena efficienza a più di 800 anni dalla sua realizzazione.
Proscenio perfetto per accogliere in città personalità di spicco o generali vittoriosi di ritorno da importanti battaglie, l'Appia fu più volte teatro non soltanto di parate militari, ma anche di sanguinose uccisioni di massa, continuando ciò nonostante ad attirare viandanti, artisti e pellegrini giunti a Roma chi con l'intento di immortalarne le bellezze archeologiche (magnifici, a tal proposito, gli acquerelli realizzati nel 1789 da Carlo Labruzzi e conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana), chi con il desiderio di visitare i nuovi santuari cristiani sorti al di fuori delle mura cittadine.

Una suggestiva veduta ottocentesca dell'Appia Antica, opera del pittore ed archeologo
inglese Arthur John Strutt (1818-1888)

Ciò che a distanza di secoli continua a fare dell'Appia Antica un luogo unico al mondo, infatti, sono le innumerevoli testimonianze edilizie che precocemente si disposero ai suoi lati, prime fra tutte quelle a carattere funerario.
Tra le tombe monumentali più antiche, imperdibile è soprattutto il Sepolcro degli Scipioni, fatto costruire dal console Scipione Barbato agli inizi del III secolo a.C. per ospitare le spoglie dei componenti della sua illustre famiglia, cui seguirono, in età repubblicana, il Sepolcro di Priscilla, i cui ruderi sono oggi parzialmente nascosti da due edifici moderni, e l'elegante Mausoleo di Cecilia Metella, di cui ci sono rimasti l'originaria iscrizione dedicatoria e parte del fregio decorativo in rilievo con ghirlande e crani di bue che lo avvolgeva sulla sommità (da cui il toponimo "Capo di bove", utilizzato in epoca medievale per descrivere l'area circostante).

L'iscrizione dedicatoria murata sulla parte alta del Mausoleo di Cecilia Metella

Anche le prime comunità cristiane non resistettero al fascino esercitato dall'Appia e, nonostante fosse avvertita da molti come un luogo di ostentazione dell'architettura funeraria pagana, fu proprio lungo questa via che Papa Callisto decise di impiantare il primo e più antico complesso catacombale a noi noto, al quale si aggiunse di lì a breve quello ancora più famoso intitolato a San Sebastiano.
Ma oltre a numerosi sepolcreti sotterranei e ad una quantità incredibile di osterie, attività commerciali e luoghi di sosta, la regina viarum accolse anche celebri edifici residenziali, quali la villa di Seneca al quarto miglio, di cui purtroppo è rimasta traccia solo nelle fonti antiche, la villa dei fratelli Quintilii al quinto miglio, splendida testimonianza del fasto dell'aristocrazia romana, nonché la villa che l'imperatore Massenzio si fece costruire al terzo miglio, munendola di circo e mausoleo dinastico e trasformandola di fatto nella propria residenza ufficiale.

Tombe disposte ai lati dell'Appia

Se è vero però, come diceva Orazio, che "l'Appia è meno faticosa a chi la prende comoda", vediamo con calma e nel dettaglio alcune delle costruzioni più interessanti disseminate lungo il tratto della nostra regina viarum che va dal II al V miglio.
L'itinerario ha inizio da Porta San Sebastiano, massiccio portale ricavato nelle Mura Aureliane al cui interno è ospitato in sette sale un prezioso museo dedicato alle vicende storiche di quella che ancora oggi è ritenuta la più mastodontica opera edilizia mai realizzata a Roma in epoca antica. Edificata a partire dal 271 d.C. per difendere la città dalla minaccia dei barbari, la cinta muraria voluta dall'imperatore Aureliano avvolgeva infatti l'intero centro urbano per ben 19 km, ed era intervallata da tante porte quante erano le maggiori vie consolari dell'Impero.
Con le sue due torri semicircolari affiancate e una luccicante facciata rivestita in travertino (le attuali lastre bianche in marmo lunense sono ascrivibili ad un rifacimento di V secolo), Porta San Sebastiano rappresentava proprio uno di questi 18 portali, essendo costruita in corrispondenza del passaggio della Via Appia.

All'interno di Porta San Sebastiano è oggi ospitato il Museo delle Mura

Visitato il Museo delle Mura (gratuito ed accessibile tutto l'anno!), ci incamminiamo verso il vero punto di inizio della nostra passeggiata, vale a dire il cippo indicante la fine della percorrenza del primo miglio dell'Appia, posto in loco nel lontano 1905 e copia di quello originario attualmente posizionato in Piazza del Campidoglio.
Comunemente più noti col nome di "miliari" (dal latino "milia passum", ovvero "mille passi"), questa categoria di manufatti era molto diffusa ed utilizzata su tutte le principali arterie stradali romane, con la funzione di segnalare, attraverso per l'appunto il migliaggio, sia le varie tappe (centri abitati, edifici, svincoli viari secondari) dislocate lungo il tracciato, sia le cosiddette mansiones, punti di sosta e di ristoro non troppo dissimili dai moderni autogrill. Nel nostro caso in particolare, è interessante notare come siano riportati sul cippo i nomi di due imperatori, ovvero Vespasiano (69-79 d.C.) e Nerva (96-98 d.C.), entrambi evidentemente autori di interventi di restauro del tratto viario in questione. 

Il cippo indicante la fine del primo miglio dell'Appia; nell'ultima riga si legge, riferito 
all'imperatore Nerva, il verbo "refecit", ovvero "ristrutturò"

Procedendo sempre dritti ed oltrepassato il cavalcavia ferroviario, giungiamo quindi in prossimità di una curiosa costruzione piramidale a gradoni di età romana, sulla cui sommità è stata impiantata in epoca medievale una piccola casa nota agli inizi del XX secolo come Osteria dei Carrettieri. A lungo interpretato come il Sepolcro di Geta, imperatore ucciso nel 212 d.C. dal fratello Caracalla, l'antico edificio sarebbe in realtà retrodatabile di almeno un secolo e non avrebbe pertanto alcuna connessione col secondogenito di Settimio Severo.
Rimanendo sul lato sinistro della strada e volgendo lo sguardo di fronte a noi, è invece possibile scorgere, nascosti al di là di un muro e quasi del tutto coperti da strutture commerciali moderne, i ruderi di una torre di età medievale costruita sopra un basamento quadrato originariamente ospitante un altro edificio circolare, identificato grazie ad alcune testimonianze epigrafiche trovate in loco con il Sepolcro di Priscilla, moglie di Abascanto, potente liberto di Domiziano.
Purtroppo il pessimo stato di conservazione del monumento non rende giustizia al suo aspetto originario, che prevedeva una serie di 13 nicchie ricavate all'esterno del tamburo cilindrico superiore, forse riservate ad ospitare altrettante statue, ed una camera funeraria cruciforme con spazi sulle pareti per la deposizione di sarcofagi. 

A sinistra, il cosiddetto Sepolcro di Geta; a destra, il Sepolcro di Priscilla

Spostandoci sul lato destro della strada, qualche metro più avanti rispetto al sepolcro di Priscilla, nel punto esatto in cui il moderno tracciato della via Ardeatina si separa da quello dell'Appia Antica, immancabile è una sosta alla piccola chiesa del “Domine, quo vadis?”, il cui nomignolo ricorda la domanda posta da Pietro a Cristo (Signore, dove vai?) in occasione di un leggendario incontro avvenuto secondo diverse fonti antiche proprio in questo luogo. A ricordarci tale episodio, è una singolare reliquia raffigurante le orme lasciate dal figlio di Dio nel momento della sua apparizione, posta al centro della chiesa e copia di un rilievo custodito nella vicina Basilica di San Sebastiano.

La chiesetta del Domine, quo vadis?

Da questo punto in poi, la nostra passeggiata prosegue per circa 1,5 km all’interno del comprensorio delle Catacombe di San Callisto, vasta proprietà appartenente alla Santa Sede delimitata a nord dalla stessa via Appia e a sud dalla via Ardeatina e dal vicolo delle Sette Chiese.
Acquisita intorno alla metà del XIX secolo da papa Pio IX su consiglio del famoso archeologo Giovanni Battista de Rossi, che ne aveva intuito le incredibili potenzialità monumentali, fu proprio qui che papa Callisto scelse di impiantare, agli inizi del III secolo d.C., i primi cimiteri comunitari cristiani, sulla scia di quella tradizione funeraria pagana che aveva eletto la Regina Viarum a proscenio ideale per la costruzione di sontuosi mausolei. Nonostante l’iniziale progetto prevedesse un’area sopraterranea da destinare all’inumazione dei fedeli, a distanza di pochi decenni questa si saturò al punto tale da costringere le autorità ecclesiastiche ad espandersi anche nel sottoterra, sfruttando le già esistenti gallerie sotterranee utilizzate in tempi precedenti per l’estrazione di pozzolana e dando vita a quella che diverrà la più antica catacomba cristiana di Roma (dal latino "catacumba", ovvero "cava"). 
Oltre alle spoglie di comuni cittadini e martiri cristiani, le catacombe di San Callisto accolsero anche la sepoltura di ben 16 papi, 9 dei quali vissuti nel III secolo e raggruppati in una camera comune denominata Cripta dei Papi, scoperta nel 1854 dal de Rossi ed ancora oggi considerata uno dei luoghi più suggestivi degli albori della cristianità.

Dall'alto in senso orario: il viale d'accesso alle catacombe di San Callisto; l'ingresso alle gallerie
sotterranee; targa dedicata all'archeologo Giovanni Battista de Rossi

Attraversato un bel viale alberato, ci ritroviamo quindi di fronte all'ingresso della chiesa di San Sebastiano fuori le mura, situata tra il secondo ed il terzo miglio dell'Appia e così denominata per la sua posizione al di fuori delle Mura Aureliane.
Costruito sotto Costantino il Grande (306-337 d.C), primo imperatore cristiano, in onore degli apostoli Pietro e Paolo (i cui resti mortali, scampati alla furia distruttiva delle persecuzioni operate da Valeriano nel III secolo d.C., furono conservati per oltre cinquant'anni nelle sottostanti catacombe), l'edificio si presenta oggi come il frutto di una corposa ristrutturazione di età seicentesca, con la navata centrale culminante in un imponente arco trionfale e le due laterali trasformate invece in musei (interessante soprattutto quello dei sarcofagi, aperto tutti i giorni e visitabile gratuitamente).
Oltre alle reliquie di diversi santi, conservate in un'apposita cappella, la basilica custodisce al suo interno due capolavori d'arte di notevole rilievo, ovvero il busto del cosiddetto Salvator mundi, opera ultima, secondo alcuni, del grande Bernini, e una statua di San Sebastiano scolpita da Giuseppe Giorgetti, raffigurante il santo sdraiato e trafitto dalle frecce del martirio.

La bella chiesa di San Sebastiano fuori le mura

Superato il vicolo della Basilica e percorse poche centinaia di metri, ecco comparire sulla sinistra quella che in apparenza potrebbe sembrare una semplice cascina abbandonata, ma che in realtà nasconde al suo interno un enorme mausoleo a pianta circolare, fatto costruire dall'imperatore Massenzio (306-312 d.C.) per sé e per i propri discendenti. Originariamente circondato da un elegante quadriportico, il sepolcro accolse tuttavia solo le spoglie di Romolo, primogenito dell’imperatore morto ancora adolescente nel 309 d.C., lasciando così vuote le tante nicchie destinate ai sarcofagi ricavate nella suggestiva cripta funeraria sotterranea.
A poco distanza dal mausoleo, in un'area già occupata da strutture edilizie pertinenti ad un più antico impianto residenziale, Massenzio volle poi edificare un maestoso palazzo imperiale, caratterizzato da stanze finemente decorate, lussuosi impianti termali ed ambienti di rappresentanza pavimentati con marmi tra i più pregiati dell'epoca, di cui purtroppo non ci è rimasta alcuna testimonianza.
Ancora ammirabile in tutta la sua magnificenza è invece il vicino circo, struttura lunga all'incirca mezzo chilometro e contraddistinta dalla tipica forma ad "U", di cui si sono conservate sia le tribune destinate agli spettatori, sia le due torri che si ergevano ai lati dei 12 carceres, ovvero le griglie di partenza dei cavalli. Fu proprio durante una corsa equestre a cui stava assistendo che Massenzio fu informato dell’arrivo alle porte di Roma del suo rivale Costantino, dal quale sarà sconfitto il 28 ottobre del 312 d.C. nella cruenta battaglia di Ponte Milvio.

Ciò che resta del circo di Massenzio e della cripta funeraria della cosiddetta Tomba di Romolo

Proseguendo la nostra passeggiata, giungiamo dunque al cospetto di uno tra i sepolcri più celebri di tutta l’Appia Antica, vale a dire il meraviglioso Mausoleo di Cecilia Metella, struttura cilindrica anticamente rivestita in travertino e posta su un basamento quadrangolare in calcestruzzo, la cui monumentalità esprime alla perfezione l'alta committenza che fu dietro alla sua realizzazione.
Ma chi era Cecilia Metella? Della defunta, una nobildonna romana, sappiamo solo quanto ricavabile dall’iscrizione dedicatoria conservatasi sulla facciata esterna del monumento, ovvero che fu sposa di un Crasso (forse il figlio maggiore del famoso triumviro) e figlia di Quinto Cecilio Metello, detto il Cretico in virtù della vittoria ottenuta nel 67 a. C. nell’omonima isola greca.
Trasformato in torre militare forse già in età bizantina, l'edificio fu inglobato all’inizio del XIV secolo all’interno delle mura che cingevano il cosiddetto “Castrum Caetani”, fondo di proprietà della famiglia Caetani nei cui confini rientravano anche il palazzo a tre piani adiacente al mausoleo, oggi riconvertito in Antiquarium, e la trecentesca chiesa dedicata a San Nicola situata sul lato opposto della strada, la cui struttura portante è giunta fino a noi in splendide condizioni.

L'elegante Mausoleo di Cecilia Metella

Dopo un altro breve tratto di percorrenza, lungo il quale osservare l’originale basolato dell’Appia solcato in più punti da profonde strisce parallele provocate dall’ininterrotto passaggio dei carri, a catturare la nostra attenzione è la cosiddetta Villa di Capo di Bove, magnifica proprietà statale da pochi anni riaperta al pubblico, utilizzata nel dopoguerra come area residenziale privata con giardini, viale d’ingresso, piscina e dependance. Al suo interno, scavi recenti hanno riportato alla luce un impianto termale con decine di ambienti pavimentati a mosaico, datato alla metà del II secolo d.C. e con ogni probabilità pertinente ad una villa appartenuta alla nobildonna Anna Regilla, moglie del facoltoso Erode Attico, amico dell’imperatore Antonino Pio e precettore di Marco Aurelio, che proprio in quest'area possedeva una vasta tenuta.

Il complesso termale della Villa di Capo di Bove

Ma è solo oltrepassato l'ottocentesco Casale Torlonia, costruito dall'illustre famiglia romana come epicentro dei suoi possedimenti in loco, che l’Appia ci offre finalmente in serie, riparate dall'ombra di maestosi pini e cipressi, alcune delle sue meraviglie più famose, ovvero i resti, sia monumentali che frammentari, delle tante tombe che anticamente si addossavano ai suoi lati.
Una delle più curiose, posta sul lato destro della strada a pochi metri di distanza da un'enorme epigrafe riconducibile alla famiglia dei Turranii, è sicuramente quella attribuita ad Aulo Perperna Apollodoro, di cui ci rimane un bel rilievo marmoreo raffigurante il defunto nella cosiddetta “nudità eroica”, concetto tipico della cultura greca ma ripreso nell’arte figurativa romana di I secolo a.C., secondo il quale chi è bello esteticamente (kalòs) è anche buono e bravo (agathòs).

Dall'alto in senso orario: l'ottocentesco Casale Torlonia; il rilievo di Aulo Perperna Apollodoro;
l'epigrafe della famiglia dei Turranii

Procedendo più avanti, a susseguirsi sul lato sinistro dell'Appia sono tre sepolcri restaurati ad inizio Ottocento dal celebre scultore Antonio Canova utilizzando frammenti epigrafici ed altri elementi architettonici rinvenuti sul posto.
Del primo questi sepolcri sappiamo che appartenne a Marco Servilio Quarto, personaggio vissuto in età tiberiana che lo realizzò a proprie spese (come ci conferma l'iscrizione posta al di sotto del fregio, in cui si legge "de sua pecunia fecit"), di cui ci è rimasta un bella statua togata oggi conservata ai Musei Vaticani.
Di attribuzione più incerta è invece la cosiddetta tomba di Seneca, eretta per raccogliere i frammenti marmorei appartenenti secondo alcuni proprio alla tomba del celebre filosofo (che come tramandatoci da Tacito doveva possedere una villa più o meno in questa zona), ma che studi recenti hanno dimostrato risalire in realtà ad almeno un secolo più tardi.
Struggente nella sua semplicità è infine il sepolcro dei figli di Sesto Pompeo Giusto, posizionato all'inizio del quinto miglio dell'Appia, a breve distanza da un imponente mausoleo circolare anonimo per lungo tempo adibito a deposito di materiali archeologici, e fatto costruire dallo stesso console in onore dei suoi due figli, un maschio e una femmina, morti in età prematura.

I tre sepolcri risistemati dal Canova: quello di Marco Servilio Quarto, quello cosiddetto "di Seneca"
e quello dedicato da Sesto Pompeo Giusto ai figli defunti (© www.viaappiaantica.com)

Superato l'incrocio con via dei Lugari e prima di raggiungere quello con via degli Eugenii, altri tre sepolcri si ergono in rapida successione sul lato destro della via.
Di quello appartenente ai membri della gens Licinia, un tempo affiancato da due statue (una delle quali è oggi ammirabile all’interno dell'Antiquarium di Palazzo Caetani), non rimangono purtroppo che pochi resti dell'originario nucleo cementizio e un'iscrizione dedicatoria quasi del tutto cancellata.
Meglio conservato è invece il cosiddetto sepolcro Dorico, databile alla metà del I secolo a.C. e restaurato dall'archeologo Luigi Canina, che gli conferì la caratteristica forma ad altare decorandone la parte alta con un fregio d'ispirazione greca.

Il sepolcro dorico (a sinistra) e quello dei Licinii (a destra)

Attribuibile al lavoro del Canina è pure il sepolcro di Ilario Fusco, caratterizzato da una parete moderna frontonata all'interno della quale sono inseriti alcuni frammenti marmorei rinvenuti in loco nonché il calco di un rilievo (l'originale si trova al Museo Nazionale Romano) raffigurante cinque personaggi di età augustea.

Il sepolcro di Ilario Fusco

Più o meno contemporaneo è il sepolcro di Tiberio Claudio Secondo Filippiano, anch'esso costituito da una moderna parete in mattoni arricchita da due lastre marmoree riportanti i nomi dei defunti e sovrastata dalle basi su cui anticamente poggiavano le statue, perdute, dello stesso Tiberio Claudio Secondo Filippiano e del figlio Secondino, prematuramente scomparso all'età di 9 anni.

Il sepolcro del liberto Tiberio Claudio Secondo Filippiano

Duecento metri più a sud rispetto alla tomba di Tiberio Claudio Secondo Filippiano, a catturare lo sguardo è un altro splendido esempio di recupero di un monumento funerario romano, vale a dire il sepolcro dei Rabirii, struttura a forma di altare sulla cui fronte è murato il calco di un rilievo raffigurante tre personaggi: il liberto Caio Rabirio, sua moglie Rabiria Demaride e una certa Usia prima sacerdotessa di Iside (riconoscibile dai due attributi posti al di sopra delle sue spalle), la cui presenza all'interno della tomba è stata ricollegata ad una possibile provenienza dall'Egitto degli altri due defunti.

Rilievo sulla facciata del sepolcro dei Rabirii

Avvicinandoci all'incrocio con via di Tor Carbone, proprio di fronte ai resti di un antico colombario (un particolare tipo di tomba caratterizzato da file di nicchie destinate ad accogliere le urne cinerarie), sorgono infine due sepolcri, entrambi databili all'ultimo periodo repubblicano: il sepolcro dei Festoni, così denominato per via del fregio a ghirlande che ne orna la sommità, e il sepolcro del Frontespizio, ricostruito dal Canina addossando all'originale nucleo cementizio una parete sormontata da un timpano decorato con motivi floreali, al centro della quale è inserito un rilievo raffigurante i due defunti nell'atto di stringersi la mano destra, affiancati da altri due personaggi di cui non si conosce l'identità.

Gli ultimi due sepolcri prima dell'incrocio con via di Tor Carbone: quello del Frontespizio (a sinistra)
e quello cosiddetto dei Festoni (a destra)

Così si conclude il nostro itinerario alla scoperta di alcuni dei monumenti funerari più preziosi fra quelli disseminati tra il II ed il V miglio dell'Appia Antica.
Per chi fosse interessato a qualche dato un po' più tecnico, ecco un piccolo riepilogo delle distanze tra i principali luoghi d'attrazione, corredato da due cartine, tratte dal sito ufficiale del Parco Regionale dell'Appia Antica (per vederle nel dettaglio basta cliccarci sopra), in cui sono indicati anche eventuali bar e/o ristoranti, fontanelle di acqua potabile, fermate dell'autobus e punti di noleggio bici situati lungo il percorso.
Buona passeggiata e alla prossima!

INFORMAZIONI PRATICHE:

→ Dal Museo delle Mura alla chiesetta del Domine, Quo Vadis?: 850 metri
→ Dalla chiesetta del Domine, Quo Vadis? alla Villa di Massenzio: 1,8 km
→ Dalla Villa di Massenzio alla Villa di Capo di Bove: 800 metri
→ Dalla Villa di Capo di Bove all'incrocio con via di Tor Carbone: 2 km
→ Lunghezza totale del percorso: circa 12 km (incluse le soste alla Villa di Massenzio, al Mausoleo di Cecilia Metella e alla Villa di Capo di Bove ed escluse quelle alle Catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, visitabili solo su prenotazione e in compagnia di una guida autorizzata)
→ Tempo di percorrenza: 4 ore (andata e ritorno)
→ Difficoltà: adatto a tutti (a patto ovviamente che si ami camminare)

   

2 commenti:

  1. Pur avendo vissuto a Roma per 5 anni mi rendo conto di non aver visto tutto. Del resto, credo non basterebbe una vita per conoscere a fondo la città eterna.
    Questo parco è fantastico! Spero di tornarci da turista :)

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    1. Pensa che io ci vivo da trent'anni e ancora mi capita di scoprire luoghi mai visti prima! Se ami l'arte e ti piace camminare, comunque, il parco dell'Appia Antica è sicuramente uno dei posti più adatti per allontanarsi dal caos della città e al tempo stesso farsi una cultura ;-)

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